Il rischio sistemico negli accordi circolari di OpenAI (software) con Nvidia e AMD (hardware), sia investitori che fornitori. L’intreccio vede partecipi tutti i grandi nomi dell’IT attuale
(AtlanticoQuotidiano https://www.nicolaporro.it/atlanticoquotidiano/quotidiano/aq-economia/la-bolla-dellintelligenza-artificiale-e-se-scoppiasse/)
Molti ne sono ormai convinti: il settore dell’Intelligenza Artificiale è in bolla, con il mondo che rischia di una crisi finanziaria peggiore di quella dei subprime del 2008. La bolla è certa, il fatto che scoppi no: ma la possibilità è concreta.
Il tutto parte dall’esigenza di finanziare modelli di IA che – secondo alcuni importanti ricercatori per lo più definiti padrini, “godfather” della IA – potrebbero anche prendere il potere e portare alla distruzione dell’umanità (argomento diverso, su cui ci promettiamo di ritornare). Ma anche senza stermini di massa, il livello altissimo di investimenti necessari (salvo smentite future) per supportare lo sviluppo delle IA sta continuando a far ingigantire la nostra bolla.
La lezione di Informix, 1995
Per parlarne partiamo da lontano, da metà anni ’90 del secolo scorso. Ai tempi Oracle e Informix erano i due giganti dei database relazionali, i software alla base dei sistemi di prenotazione dei biglietti aerei, di gestione dei magazzini di Amazon, e di tanti sistemi di contabilità.
Il ceo di Informix, Phil White, puntava una crescita esplosiva, magari superiore a quella del market leader Oracle. Molte vendite del suo software erano reali, andavano a clienti finali, ma non bastava. Per accelerare la crescita a un certo punto si inventa gli “Information superstore”. In questo schema, Informix vendeva pacchetti di licenze database a partner come IBM, HP e gli altri principali fornitori hardware del tempo, che a loro volta rivendevano a Informix hardware – potenti server – per far girare quei database.
Esisteva un razionale: il software ha bisogno di hardware per “girare” e l’insieme di hardware e software era davvero costoso. E prima degli acquisti i clienti avevano bisogno di un posto dove poter effettuare prove e test senza sborsare cifre astronomiche.
Ma, e possiamo dirlo per esperienza diretta, spesso questi sistemi se ne stavano lì, inutilizzati: l’investimento incrociato era stato decisamente sovradimensionato, ottenendo però il risultato (probabilmente voluto) di gonfiare i risultati di entrambe le coppie di partner.
Nel 1997 tutto si sgretolò. Gli auditor scoprirono 100 milioni di dollari di ricavi fasulli, White fu accusato di frode (dichiarandosi colpevole nel 2002), Informix fu costretta a rivedere i bilanci già pubblicati dando inizio a un declino che la portò a essere acquisita a buon mercato da IBM.
OpenAI e Nvidia
Abbiamo raccontato questo aneddoto praticamente dimenticato in quanto ci è tornato immediatamente alla mente quando abbiamo letto dell’accordo tra Nvidia, fornitore quasi monopolistico di componenti (chip) per il training delle IA, e OpenAI, la società che ha inventato ChatGPT. Annunciato a fine settembre, l’accordo prevede un investimento “fino a 100 miliardi di dollari” da parte di NVidia in OpenAI, finalizzato alla costruzione di datacenter con capacità di “almeno 10 gigawatt” (ormai la capacità di calcolo si misura in Watt e non più in GigaFlops, che sarebbe la misura corretta in quanto indica la quantità di operazioni di calcolo al secondo e non il consumo elettrico).
Come intende utilizzare tutti questi fondi OpenAI? Facile: acquistando componenti Nvidia. Evidente la natura circolare: Nvidia finanzia l’espansione di OpenAI, OpenAI la converte in infrastrutture e Nvidia recupera l’investimento attraverso vendite ricorrenti di chip.
OpenAI e AMD
Oggi Nvidia è nel suo settore quasi un monopolio. Ma non del tutto: AMD, altro fabbricante di chip statunitense, sta cercando di emergere come alternativa con le sue creazioni: ovviamente un “endorsement” da parte di OpenAI non può che farle bene.
Ecco dunque un secondo accordo, questo di inizio ottobre 2025, talmente surreale da aver dato lo spunto al brillante Matt Levine di Bloomberg per un articolo che è già un classico (lo abbiamo sentito citare in innumerevoli podcast). Ci permettiamo di riportarlo pari pari, assicurando che è tutto vero.
OpenAI ha annunciato un accordo per acquistare decine di miliardi di dollari di chip da Advanced Micro Devices Inc., e il titolo di AMD è salito. Alle 12 di oggi (6 ottobre 2025, ndr), il titolo di AMD era a 213 dollari per azione, in aumento di circa il 29 per cento rispetto alla chiusura di venerdì; ha aggiunto circa 78 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato.
Come ha funzionato questa negoziazione? Schematicamente come in questa telefonata:
OpenAI: Vorremmo sei gigawatt dei vostri chip per i nostri modelli di IA.
AMD: Magnifico. Sono 78 miliardi di dollari. Come vorreste pagare?
OpenAI: Beh, stavamo pensando che annunceremo con il dovuto clamore l’accordo, e questo aggiungerà 78 miliardi di dollari al valore della vostra azienda, il che dovrebbe coprire….
AMD: …
OpenAI: …
AMD: Mah… Beh, noi siamo abbastanza sicuri che dovreste (invece) pagarli, questi chip.
OpenAI: Perché?
AMD: Ma… non sapremmo, sembrerebbe sbagliato non farlo.
OpenAI: Va bene. Facciamo così: perché non vi paghiamo in contanti il valore dei chip, e voi ci date indietro azioni, e quando annunceremo l’accordo il titolo salirà e riprenderemo i nostri 78 miliardi di dollari?
AMD: Sì, immagino che funzioni… Ma abbiamo come dire la sensazione che dovremmo ottenere un po’ del valore…
OpenAI: …Va bene, potete averne metà. Ci date azioni per circa 35 miliardi di dollari e tenete il resto.
Ecco infatti come funziona tecnicamente questo accordo: OpenAI riceverà warrant per un massimo di 160 milioni di azioni AMD, circa il 10 per cento delle azioni sul mercato, a 1 centesimo per azione, assegnati in fasi, se OpenAI raggiungerà determinate milestone per il deployment. Il prezzo per azione di AMD deve anche aumentare (alcuni di essi fino a 600 dollari ad azione).
Ora, 160 milioni di azioni al prezzo del 6 ottobre equivalgono a circa 34 miliardi di dollari: dunque OpenAI sta recuperando circa metà del valore che ha creato per AMD.
Impossibile per il brillante analista di Bloomberg non concludere: “Devo dire che se fossi in grado di creare decine di miliardi di dollari di valore di mercato azionario solo annunciando accordi, e poi catturare gran parte di quel valore per me stesso, lo farei, a esclusione di quasi tutte le altre mie attività”.
Non solo OpenAI
Abbiamo parlato di due accordi che sono stati in prima pagina nelle settimane scorse, ma certamente non si tratta dei primi, né degli ultimi. L’intreccio vede partecipi tutti i grandi nomi dell’IT attuale, come visibile in questo mirabile grafico sempre (c) Bloomberg.

Perfino xAI di Elon Musk, per espandere il suo cluster di supercomputer Colossus a Memphis sta pensando di trovare 12,5 miliardi di dollari tramite un’operazione “in debito strutturato” attraverso un SPV, una società veicolo a scopo speciale. In questo caso, l’SPV acquisterebbe chip di Nvidia per affittarli a xAI, garantendo un flusso di entrate costante per Nvidia e finanziando intanto i bisogni computazionali di xAI.
La partecipazione azionaria e il debito di Nvidia supporterebbero dunque la rapida crescita di xAI (per i modelli Grok e – riteniamo – per i sistemi a guida autonoma di Tesla), potenziando il portafoglio ordini e il prezzo azionario di Nvidia. Rimborso garantito tramite affitto e acquisto nel tempo di GPU, posizionando dunque Nvidia sia come investitore che come fornitore.
Il rischio esplosione
OpenAI e Nvidia rischiano dunque di causare l’esplosione della presunta bolla, come capitato ai tempi Informix? Nessuno può saperlo, a nostro avviso si tratta di una scommessa. È infatti evidente a tutti che il gioco funziona se il fatturato dei produttori di modelli di IA avrà il previsto andamento esponenziale. Per ora, almeno per OpenAI – che detto per inciso vanta ormai 800 milioni di utenti al mondo – la cosa sembra funzionare.

Ma la realtà è che Il tutto è legato ai risultati sul versante dell’AGI, l’“Artificial General Intelligence”. O forse, senza paroloni, al successo dell’applicazione pratica dei modelli IA alle varie attività umane.
Devono in altre parole concretizzarsi in tutti i settori industriali (e non) gli stessi vantaggi che si sono rivelati concreti nel campo dello sviluppo software (dove ormai il 50 per cento o più del lavoro è svolto da “agenti” IA).
Ma occorre fare di più: ad esempio, se davvero GPT-5, Claude 4.6 o uno dei loro successori riusciranno a trovare cure per importanti malattie (si parla come sempre del cancro), se riusciranno a concepire nuovi materiali o comunque a risolvere problemi attualmente non alla portata umana – o se riusciranno ad accelerare di un fattore 5 le attività realizzabili anche dagli umani, allora la bolla non scoppierà.
Ma se tutto questo non accadrà o se, peggio ancora, venisse fuori che tutta questa potenza di calcolo non era davvero necessaria (il caso del modello cinese DeepSeek e il recentissimo paper Recursive Reasoning with Tiny Networks fanno capire che esiste concretamente questa possibilità) allora sì, lo scoppio potrebbe avvenire. Trascinando con se nessuno sa quante aziende: il famoso rischio sistemico, come a tanti piace scrivere.




