Benvenuti ad uno speciale di Radio Nizza e Centrale Milano 1575 kHz dedicato ai mondiali di calcio: o meglio, alla storia di questi e della FIFA, l’ente organizzatore. Al microfono Rachel Costa.
Cominciamo dall’inizio. Il calcio non è nato globale: lo è diventato. E per capire come, bisogna tornare al 1930, a una nave chiamata Conta Verde che salpa da Genova con a bordo squadre europee dirette in Uruguay, tre settimane di traversata atlantica per partecipare al primo campionato del mondo mai organizzato. L’Egitto perde la coincidenza — letteralmente — e il torneo si apre con tredici squadre invece di quattordici. Una storia quasi comica. Eppure contiene già in nuce tutto quello che renderà la FIFA una delle organizzazioni più potenti e controverse dello sport mondiale.
L’Uruguay vince quel primo torneo. In Europa quasi nessuno lo sa. Le agenzie telegrafiche battono una notizia breve, i giornali la pubblicano in qualche riga, la radio la menziona di passaggio. Il Mondiale è un evento locale, non globale. Ci vorrà la televisione per trasformarlo in qualcosa d’altro.

Negli anni Cinquanta e Sessanta gli schermi tv cominciano a diffondersi nelle case di tutto il mondo. Prima in bianco e nero, poi a colori. E insieme alla televisione arriva lui: Pelé. Ha diciassette anni quando gioca il suo primo Mondiale in Svezia nel 1958. È un ragazzo minuto, dal Brasile, capace di cose con il pallone che nessuno aveva ancora visto. Mentre le squadre europee giocavano calcio sistematico, difensivo, grigio, lui portava in campo qualcosa di completamente diverso: gioia, inventiva, virtuosismo puro. Dribbling impossibili, tiri da fuori area, colpi di tacco che sembravano scherzi di magia.
Pelé diventa la prima vera stella del World Cup. E con lui, il torneo smette di essere una competizione sportiva e diventa spettacolo globale. È un meccanismo che riconosciamo bene: quello che Michael Jordan farà per il basket negli anni Ottanta, quello che Mohammed Ali aveva fatto per la boxe. Una superstar che trascina un’intera disciplina verso un pubblico nuovo, mondiale, televisivo.
Ma mentre Pelé incantava i campi, qualcun altro stava costruendo l’infrastruttura economica che avrebbe trasformato il calcio in un impero del business.

Quell’uomo si chiama Sepp Blatter. Svizzero, arriva alla FIFA nel 1975, prima come direttore tecnico, poi come segretario generale, infine come presidente dal 1998. Non è un uomo di calcio nel senso tradizionale del termine: è un dirigente dell’industria degli orologi, appassionato di sci e hockey su ghiaccio. Ma capisce qualcosa di fondamentale che cambierà per sempre il modo in cui la FIFA si muove nel mondo. Capisce che il calcio non è uno sport. È entertainment. E che il vero denaro non viene dai biglietti degli stadi, ma dalla vendita dei diritti televisivi.
Questa intuizione cambia tutto. Sotto la sua guida, la FIFA diventa il più grande broker al mondo di diritti tv calcistici, parcellizzando le licenze di trasmissione paese per paese, mercato per mercato, massimizzando ogni singolo contratto. Quando Blatter entra all’organizzazione, la FIFA è un ente no-profit con sede a Zurigo che organizza un torneo e vende qualche diritto televisivo senza particolare ambizione commerciale. Quando ne esce, la FIFA siede su oltre un miliardo e mezzo di dollari di riserve liquide.
Ma c’è un’altra cosa che Blatter capisce prima di tutti: la FIFA è un’organizzazione profondamente politica. È composta da 211 associazioni nazionali, e ogni paese — dal Brasile alle isole Samoa — ha un solo voto. Chi vuole diventare presidente deve conquistare quei voti uno per uno. Blatter costruisce il suo consenso attraverso i cosiddetti fondi di sviluppo: denaro che la FIFA distribuisce alle federazioni nazionali per costruire campi da gioco, tribune, accademie giovanili nelle parti del mondo che non hanno accesso a risorse proprie. È un sistema potente, e produce fedeltà straordinaria. Ci sono dirigenti federativi che ancora oggi parlano di Blatter come di un grande umanitario.
La realtà, però, è più complessa. Attorno alla sua figura aleggia da sempre, come dicono i cronisti anglosassoni, uno stench of corruption — un odore persistente di malaffare. Già nell’elezione presidenziale del 1998, a Parigi, circolano voci insistenti di buste contenenti cinquantamila dollari in contanti distribuite la sera prima del voto tra i delegati. Non provato, sempre smentito da Blatter. Ma il sospetto non svanisce mai. Ad ogni tornante della sua carriera riaffiora, con nuovi nomi, nuovi intermediari, nuovi flussi di denaro difficili da spiegare.

Poi arriva il dicembre 2010. Zurigo, sede della FIFA. Per la prima volta nella storia, l’organizzazione annuncia in un’unica sessione i paesi ospitanti di due Mondiali consecutivi: il 2018 e il 2022. Le candidature sono numerose e competitive. Per il 2018 ci sono Inghilterra, Spagna, Paesi Bassi, Russia. Per il 2022, gli Stati Uniti sono i favoriti, con un dossier solido e un’infrastruttura sportiva già collaudata. E poi c’è il Qatar: un paese di tre milioni di abitanti, senza stadi adeguati, senza tradizione calcistica, con temperature estive che sfiorano i 45 gradi.
Il Qatar viene derubricato come candidatura bizzarra, quasi un esercizio di stile. Persino il rapporto tecnico interno della FIFA lo definisce potenzialmente pericoloso per la salute degli atleti. Eppure, nei mesi precedenti all’annuncio, il Qatar ha costruito una campagna di lobbying silenziosa e costosissima: si parla di circa dieci milioni di dollari a testa per assicurarsi l’endorsement pubblico di stelle del calcio mondiale come Zinedine Zidane e David Beckham.
L’annuncio di Blatter è uno shock puro. Russia per il 2018, Qatar per il 2022. La reazione del mondo del calcio è immediata e furibonda. Corrotto, truccato, una vergogna. Ma il voto è fatto, e non viene ribaltato. La domanda che rimane nell’aria è quella che tornerà a riaffacciarsi per anni: come è possibile che un paese come il Qatar abbia ottenuto il Mondiale senza che qualcosa sia andato storto nel processo?
A quel punto entra in scena il Dipartimento di Giustizia americano. La FIFA fa moltissimi affari in dollari — e questo basta alla DOJ per affermare la propria giurisdizione. Decine di contratti, intermediari, riunioni e pagamenti passano per Miami e New York. C’è un’intera rete di conti bancari aperti in Florida, tracciabilissimi se qualcuno decide di guardare davvero.
Il DOJ trova anche il suo informatore: Chuck Blazer, rappresentante americano in seno alla FIFA. Personaggio straordinario, capelli bianchi da Babbo Natale, due appartamenti al Trump Tower di Manhattan — uno per sé, uno per i suoi gatti — e un debito con il fisco americano di circa dieci milioni di dollari.
Per evitare il processo, Blazer accetta di collaborare. E comincia a registrare tutto: nasconde un microfono nel suo mazzo di chiavi, lo appoggia sul tavolo nelle riunioni con i dirigenti FIFA, e registra conversazioni di una franchezza sconcertante. Accordi commerciali, nomi di intermediari, ammontare dei pagamenti: tutto detto apertamente, come se le regole ordinarie non si applicassero in quella stanza.
Le registrazioni aprono il caso in modo definitivo. All’alba del maggio 2015, la polizia svizzera — autorizzata da FBI e DOJ — fa irruzione al Baur au Lac, l’hotel a cinque stelle sul lago di Zurigo dove i dirigenti FIFA alloggiavano da sempre. I cronisti del Wall Street Journal sono lì, fuori dall’ingresso, a guardare dirigenti che vengono accompagnati fuori in manette dalle forze dell’ordine.

Quattordici persone vengono incriminate quel giorno, accusate di associazione a delinquere, frode telematica e riciclaggio di denaro sporco — le stesse accuse che negli Stati Uniti vengono tradizionalmente usate per smantellare le organizzazioni mafiose (RICO, il Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act).
Sepp Blatter si dimette. L’uomo che aveva governato la FIFA per quasi vent’anni, eletto e rieletto cinque volte, lascia la presidenza mentre l’organizzazione brucia. A chi lo incontra nei mesi successivi parla di complotto americano, di vendetta per i diritti del Mondiale non assegnati agli Stati Uniti. Nessun segno di contrizione. In un’intervista rilasciata a Zurigo poche settimane dopo le dimissioni, il tono è quello di un uomo convinto che la storia lo riabiliterà.
La FIFA è cambiata da allora? In parte. Il successore di Blatter, Gianni Infantino, ha riposizionato l’organizzazione su basi finanziarie ancora più aggressive, espandendo il torneo a 48 squadre e portando il World Cup in Nord America per l’edizione 2026. I proventi crescono, la macchina gira. Ma la struttura fondamentale resta la stessa: un ente no-profit con sede in Svizzera, senza azionisti da soddisfare né regolatori da rispettare, che controlla i diritti del più seguito spettacolo sportivo del pianeta.
La storia che abbiamo raccontato — origini romantiche su una nave, un’esplosione mediatica trainata da un fuoriclasse, un’architettura di potere costruita nel silenzio dei corridoi, e poi lo schianto sotto i riflettori della giustizia americana — è anche la storia di come le istituzioni sportive più potenti del mondo funzionano quando rispondono solo a sé stesse. Vale la pena ricordarsela ogni volta che si accende la televisione per guardare un Mondiale.
Nota: Parte del materiale riprodotto (C) Copyright WSJ The Wall Street Journal
Chiusura.
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