Il giornalismo attraversa una delle sue crisi più profonde, ma non è la prima volta che qualcuno lo dice. La differenza, questa volta, è chi lo dice e da dove lo dice. Deborah Turness, una delle figure più influenti del broadcasting mondiale degli ultimi trent’anni, ha tenuto la David Nicholas Memorial Lecture a Londra in un momento di disruption accelerata: addii ai vertici di ITN, cambio della guardia alla BBC, e un settore che non sa ancora se sta assistendo alla propria trasformazione o al proprio funerale. Il suo intervento è uno dei resoconti più lucidi e scomodi sullo stato del giornalismo contemporaneo che si siano sentiti in pubblico da molto tempo.
Sintesi
Chi parla: Deborah Turness, ex CEO di BBC News, ex presidente di NBC News, ex CEO di ITN. Trent’anni nel giornalismo televisivo internazionale.
La tesi centrale: questa rivoluzione è più profonda dell’avvento del digitale o dei social media perché non riguarda le piattaforme, ma il rapporto tra provider e consumatore.
I dati: quasi 4 milioni di persone hanno abbandonato le notizie TV negli ultimi 5 anni; gli utenti che si informano su YouTube sono triplicati; su TikTok decuplicati.
La fiducia: crollata dal 51% nel 2015 al 35% nel 2024 secondo Reuters.
Il mercato dei podcast: dai 32 miliardi attuali a 114 miliardi di dollari entro il 2030.
I nuovi giganti: Joe Rogan conta oltre 20 milioni di abbonati su YouTube; Tucker Carlson 6 milioni; Megyn Kelly 4 milioni.
Tre priorità per i media tradizionali: ripristinare la fiducia, riconnettersi attraverso l’autenticità, reinventare il newsroom.
Chi è Deborah Turness
Turness ha iniziato come intern nel bureau di Parigi di ITN a 23 anni. Da lì ha percorso tutta la filiera del giornalismo televisivo: cronista, produttrice, direttrice di programmi, poi ai vertici. Ha guidato ITV News come editor, è diventata CEO di ITN — la più grande production house di servizio pubblico nel Regno Unito — poi presidente di NBC News negli Stati Uniti, dove ha lanciato NBC News International come business globale e supervisionato l’acquisizione di Euronews. Nel 2022 è tornata in Gran Bretagna come CEO di BBC News, guidando una redazione di oltre 5.000 giornalisti con contenuti in oltre 40 lingue per mezzo miliardo di persone nel mondo. Una carriera costruita dentro le più grandi macchine editoriali del pianeta.
Lo scandalo del video Trump e le dimissioni
Nel novembre 2025, Turness si è dimessa insieme al direttore generale Tim Davie, travolti da uno scandalo editoriale che ha fatto il giro del mondo. Un documentario Panorama della BBC aveva editato il discorso tenuto da Donald Trump il 6 gennaio 2021, quello del giorno dell’assalto al Campidoglio, in modo da alterarne radicalmente il significato. Le parole con cui Trump chiedeva ai suoi sostenitori di «manifestare in modo pacifico e patriottico» erano state tagliate. Era rimasto solo il «fight like hell», creando l’impressione diretta di un incitamento alla violenza.
I due brani, nell’originale, erano separati da oltre 50 minuti di discorso. Il presidente della BBC Samir Shah si è scusato per «un errore di giudizio» che «aveva dato l’impressione di un appello diretto all’azione violenta». Turness ha rassegnato le dimissioni affermando che «la questione ha raggiunto un punto in cui sta causando danni alla BBC — un’istituzione che amo. Come CEO di BBC News, la responsabilità è mia». Ha però respinto l’accusa di bias istituzionale, definendola infondata: il problema era «un’edizione non all’altezza degli standard editoriali», non una linea politica sistematica.
La rivoluzione che non è solo tecnologica
Il cuore della lecture di Turness è una distinzione che sembra semplice ma è dirompente. Le rivoluzioni precedenti — il digitale, i social media — erano di piattaforma: stesso giornalismo, location diversa. Quella in corso è di relazione: i consumatori non stanno solo cambiando dove si informano, stanno scegliendo con chi informarsi. Stanno abbandonando le istituzioni per gli individui, i grandi brand mediatici per le personalità, i broadcaster pubblici per i giornalisti indipendenti.
«Abbiamo perso Sarah», dice Turness raccontando di un’infermiera incontrata in pronto soccorso: appassionata di politica, ossessionata dall’attualità, che non cita una sola testata tradizionale tra le sue fonti quotidiane. Ascolta The Rest Is Politics, The News Agents, Pod Save America, The Rachel Maddow Show. Ha appena scaricato Substack. La sua risposta alla domanda sul perché: «Mi fido di loro. Sento che li conosco. Sento che non sono guidati in una direzione precostituita. Hanno spigolo».
La fine del broadcast di massa
I numeri che Turness porta sul palco sono impietosi. Quasi 4 milioni di persone in meno si informano dalla televisione rispetto a cinque anni fa, incluso il streaming. Nello stesso periodo, il pubblico che usa YouTube per le notizie è triplicato. Su TikTok è cresciuto di dieci volte. Come sintetizza Noah Oppenheim, ex collega di Turness a NBC: «L’era del broad reach è finita. Cercare di aggregare milioni di spettatori non è solo un’impresa folle, ma non vale il tempo e lo sforzo».
Il mercato dei podcast è proiettato a 114 miliardi di dollari entro il 2030, dai 32 miliardi attuali. Il Substack del fondatore Hamish McKenzie — con cui Turness ha parlato — conta nel solo Regno Unito, secondo mercato e più rapido in crescita dopo gli USA, oltre mezzo milione di persone che pagano direttamente scrittori per il loro lavoro.
Il problema della fiducia
La fiducia nelle notizie è scesa dal 51% del 2015 al 35% del 2024 secondo il Reuters Institute. Turness riconduce la radice del fenomeno al 2008: quando le banche vennero salvate e milioni di persone persero la casa, il sistema tradì la sua promessa. Da lì, un decennio di populismi, Brexit, elezioni del 2016, Covid, troll armies, fabbriche di disinformazione. L’idea di fatti condivisi è stata smontata. La verità è diventata «la mia verità» e «la tua verità».
Alla BBC, Turness aveva avviato un programma per invertire il declino chiedendo agli utenti cosa servisse per guadagnare di nuovo la loro fiducia. La risposta era arrivata in molte lingue con cinque requisiti coerenti: chiarezza nel caos, coraggio, equità, rispetto, trasparenza. Da quella ricerca era nato BBC Verify, il servizio di fact-checking e verifica forense che — secondo i sondaggi interni — era diventato lo strumento più efficace nell’aumentare la fiducia del pubblico. Ora Turness aggiunge un sesto requisito, il più urgente: autenticità.
Autenticità: il nuovo contratto con il talento
L’autenticità che i consumatori cercano nei giornalisti indipendenti — informalità, libertà di esprimere un’opinione, conversazione reale — è l’opposto del DNA dei grandi media tradizionali, costruiti sulla formalità controllata e sull’imparzialità come dogma. Il paradosso, nota Turness, è che molti dei volti che guidano questa rivoluzione — Piers Morgan, Emily Maitlis, Jon Sopel, Amol Rajan — hanno costruito la loro reputazione dentro le redazioni tradizionali, per poi abbandonarle.
Piers Morgan, 4 milioni di abbonati su YouTube con Uncensored, ha dichiarato a Turness: «I giovani sono incredibilmente informati su quello che succede nel mondo, ma quello che vogliono davvero sapere è cosa pensare delle notizie». La talent manager newyorkese Olivia Metzger ha raccontato che fino a due o tre anni fa trascorreva la maggior parte del tempo a negoziare contratti esclusivi pluriennali per i suoi clienti con le grandi reti. Oggi trascorre la maggior parte del tempo a estrarre quei clienti dagli stessi contratti, lasciando alle reti il 20% del loro tempo mentre costruisce la loro identità indipendente.
La proposta di Turness ai media tradizionali è di fare un «nuovo patto» con il talento: tecnologia, capabilities e supporto per costruire una presenza autonoma sulle piattaforme dove il pubblico cresce, in cambio di un’adesione a valori e princìpi editoriali condivisi. Senza questo patto, «la migrazione dei migliori continuerà ad accelerare».
Il flywheel newsroom
La terza priorità è la più strutturale. Turness chiede alle redazioni di ribaltare il proprio modello produttivo: smettere di essere macchine ottimizzate per il broadcast che producono contenuti digitali come sottoprodotto, e costruire invece uno studio digitale e social come cuore dell’operazione, da cui il prodotto televisivo diventa una derivazione. Un «flywheel»: podcast visualizzati, clip brevi, newsletter, live stream, analisi, long read, documentari, eventi dal vivo — tutto alimentato da un modello centrato sul talento individuale.
Il modello di riferimento è il New York Times: che nel 2013, sotto la guida di Mark Thompson, ha scelto la reinvenzione radicale. Oggi conta oltre 13 milioni di abbonati, con una crescita anno su anno del 16%. «La reinvenzione del New York Times», dice Turness, «è la prova che anche nel più radicato dei media tradizionali non è mai troppo tardi».
La town square digitale
L’ultimo spunto di Turness è forse il più provocatorio. I media tradizionali, proprio perché vincolati all’imparzialità, sono rimasti fuori dall’ecosistema dell’opinione online, che è diventato un sistema di camere d’eco alimentate dagli algoritmi. La proposta: i grandi editori dovrebbero diventare la nuova piazza pubblica digitale, ospitando sezioni op-ed chiaramente segnalate, curando portfolio di podcast da prospettive diverse, creando spazi dove le opinioni si scontrano invece di rispecchiarsi.
È un’inversione di paradigma: non rinunciare all’imparzialità, ma smettere di usarla come scudo per non partecipare alla conversazione più rilevante del momento.
Turness ha chiuso con la citazione di Ted Turner — «the news is the star» — scomparso la settimana scorsa. La sfida, ha detto, è che la notizia rimanga la stella anche in un universo che ha smesso di girare intorno ai vecchi soli. Il giornalismo ha tutto quello che serve per sopravvivere. La domanda è se ha la volontà di usarlo. (M.H.B. per NL)
