Il mercato delle immagini sta vivendo il suo momento più difficile: il più grande fornitore mondiale, Getty Images, ha concordato con i creditori una ristrutturazione tramite Chapter 11, mentre l’intelligenza artificiale generativa erode il valore della fotografia generica. Nello stesso periodo editori, aziende e blogger ricevono un numero crescente di richieste di pagamento, anche nell’ordine di diverse centinaia di euro per una sola foto, da società specializzate nel recupero dei diritti. Due fenomeni solo apparentemente distanti.
Sintesi
Getty Images ha firmato il 12 ottobre 2026 un accordo di ristrutturazione che prevede un Chapter 11 “preconfezionato” e l’uscita dalla Borsa.
Le cause principali sono finanziarie: contenzioso, costi della fusione fallita con Shutterstock e interessi elevati. Ma il segmento creative, quello dello stock, è in calo.
RIGHTS-DEFEND, che invia richieste fino a 900 euro per immagine, è un marchio della berlinese RD Legal GmbH, la stessa società che gestisce Copytrack.
Il sito rightsdefend.com è un clone quasi letterale di copytrack.com, con le stesse testimonianze e lo stesso numero di registro.
In Italia l’AGCM è già intervenuta più volte: sanzione a Photoclaim nel 2022, impegni vincolanti per Copytrack nel 2024.
Non esistono dati pubblici e verificabili sul tasso di pagamento. Cancellare la foto è necessario ma non estingue la pretesa.
Trovata su Google non significa libera
Il punto di partenza è semplice: ogni fotografia è protetta dal momento in cui viene scattata, senza bisogno di registrazione o di diciture. In Italia la legge sul diritto d’autore (L. 633/1941) distingue tra opere fotografiche creative, tutelate per tutta la vita dell’autore e 70 anni dopo la morte, e “semplici fotografie”, tutelate per 20 anni.
Citare l’autore non equivale a una licenza. Nemmeno ritagliare o modificare l’immagine. Eppure la prassi di scaricare foto da un motore di ricerca resta diffusa, anche su siti professionali e testate.
Il risultato è un enorme bacino di utilizzi non autorizzati. Ed è proprio qui che si è sviluppato un intero settore.
Getty Images, il gigante si ristruttura
Secondo il documento depositato alla SEC, il 12 ottobre Getty Images ha firmato un restructuring support agreement con gli azionisti di maggioranza e con la larga maggioranza dei creditori. L’accordo prevede l’avvio del Chapter 11 entro il 21 ottobre.
Non è una liquidazione: è una ristrutturazione concordata. Gli azionisti di maggioranza, la famiglia Getty e Koch Equity Development, mettono sul tavolo circa 533 milioni di dollari e diventeranno proprietari del 100% della nuova società. Le azioni attuali saranno annullate.
Il titolo era già stato sospeso dal NYSE il 29 settembre per “abnormally low selling price” e trattato da allora sull’OTC. Il piano prevede che i creditori chirografari, cioè fornitori e collaboratori, siano pagati per intero.
Perché proprio adesso
La relazione semestrale al 30 giugno 2026 è esplicita: esiste un “substantial doubt” sulla continuità aziendale. Il debito nominale era di circa 2,07 miliardi di dollari, di cui 628 milioni di obbligazioni emesse per la fusione e poi rimborsate con i fondi vincolati. La cassa era scesa a 51,6 milioni.
Le voci che hanno svuotato la cassa sono tre. Una causa con i detentori di warrant, con 110,9 milioni già pagati e altri 99,5 accantonati. I 60,4 milioni di costi legali e di consulenza per la fusione con Shutterstock, abbandonata il 7 luglio dopo che l’antitrust britannico (CMA) aveva chiesto la cessione del ramo editorial di Shutterstock. E il peso degli interessi.
La crisi di Getty è quindi anzitutto finanziaria. Ma i numeri operativi raccontano anche altro.
Lo stock perde, l’editorial regge
Nel primo semestre 2026 i ricavi totali sono rimasti quasi fermi, 455,7 milioni di dollari contro 459. Ma il segmento creative, cioè lo stock generico, è sceso del 3,6%, mentre l’editorial, cioè cronaca, sport e spettacolo, è cresciuto del 10,1%.
È la fotografia che nessuna IA può sostituire, quella dell’evento reale, a tenere in piedi i conti. L’immagine illustrativa generica, la “stretta di mano in ufficio”, è esattamente ciò che oggi si genera con un prompt.
Su questo pesano anche anni di abbonamenti a forfait che hanno compresso il prezzo medio per immagine. Il valore della singola foto di stock era già basso prima dell’IA.
La partita legale con l’IA
Getty ha provato a difendere il proprio archivio in tribunale. Nel Regno Unito, a novembre 2025, l’High Court ha respinto la principale accusa rimasta in piedi contro Stability AI, riconoscendo solo limitate violazioni di marchio legate alle filigrane. Negli Stati Uniti la causa è ancora pendente in California.
Sul fronte opposto, in Italia la legge sull’IA (L. 132/2025) ha precisato che il diritto d’autore tutela le opere dell’ingegno umano. Un’immagine generata interamente da una macchina non è, in linea di principio, un’opera protetta. Non è però automaticamente libera da altri vincoli, come marchi o diritti d’immagine.
Un settore affollato
RIGHTS-DEFEND non è un caso isolato. Il mercato del cosiddetto copyright enforcement conta numerosi operatori: Copytrack e Lapixa in Germania, PicRights, che lavora per agenzie come AFP e Reuters, Pixsy, ImageRights a Boston, Permission Machine e altri, più studi legali specializzati come Higbee & Associates negli Stati Uniti.
Il modello è simile per tutti: un software scandaglia il web alla ricerca delle immagini dei clienti, una lettera standard chiede di mostrare la licenza o di pagare, un portale online incassa. Per il fotografo, di norma, nessun costo fisso, ma una provvigione elevata sull’incassato: per Pixsy, ad esempio, la metà.
Quanto è diffuso in Italia
Dati complessivi non esistono: nessuna autorità pubblica statistiche sul numero di richieste inviate a soggetti italiani. Ma le tracce ufficiali indicano un fenomeno strutturale, non episodico.
Nel 2022 l’AGCM ha sanzionato la polacca Photoclaim (35.000 euro) e un avvocato berlinese con cui operava (10.000 euro) per l’invio massivo di richieste di risarcimento con modalità aggressive a microimprese italiane. Dagli atti risulta che Photoclaim aveva fatturato in Italia, nel solo 2021, oltre 40.000 euro, pari al 7% del proprio fatturato globale.
Poi il procedimento su Copytrack del 2023-2024. E il caso di PicRights, attiva con una società a Bergamo per conto di agenzie come Reuters, AFP e AP: l’associazione di consumatori ADICU stima che abbia incassato in Italia oltre 230.000 euro nel 2022 e riferisce che l’esposto presentato all’AGCM è stato archiviato nell’ottobre 2025.
I destinatari sono i più vari: blogger, associazioni, piccole imprese, ma anche aziende tecnologiche e testate. Le somme richieste vanno in genere da poche centinaia di euro a oltre mille euro per immagine.
Chi c’è dietro RIGHTS-DEFEND
Il primo dettaglio: il dominio rightsdefender.com è un dominio parcheggiato e in vendita. La società si chiama RIGHTS-DEFEND e opera su rightsdefend.com.
Il secondo dettaglio è più interessante. L’imprint di rightsdefend.com e quello di copytrack.com riportano la stessa ragione sociale, RD Legal GmbH, lo stesso indirizzo a Berlino, lo stesso numero di registro (HRB 173269 B, tribunale di Charlottenburg), la stessa partita IVA e lo stesso numero di iscrizione nel registro dei servizi legali tedesco.
I due siti sono quasi identici: stessi testi, stesse FAQ, stesse testimonianze di fotografi, con il nome del marchio sostituito. La pagina italiana di RIGHTS-DEFEND riporta persino, parola per parola, il paragrafo sul procedimento AGCM a carico di Copytrack.
Una storia societaria che parte nel 2015
Dal registro delle imprese tedesco risulta un contratto sociale del dicembre 2015 e un capitale di 32.086 euro. L’oggetto sociale comprende software di ricerca e analisi delle immagini e, soprattutto, servizi di recupero crediti (Inkasso). RD Legal non è dunque uno studio legale, ma una società di recupero crediti registrata.
Secondo fonti legali tedesche, la società è nata come PIXLEGAL GmbH e si è poi chiamata Copytrack GmbH. Il nome attuale è stato deliberato a maggio 2025 e iscritto a giugno. L’amministratore unico, a registro, è il fondatore di Copytrack.
Il dominio rightsdefend.com risulta registrato il 22 ottobre 2024, cioè nelle settimane finali del procedimento italiano su Copytrack. Eppure il sito sostiene di operare “da molti anni” e pubblica la testimonianza di un fotografo che dice di aver iniziato a usare RIGHTS-DEFEND “nel 2021”. È la stessa frase che compare su copytrack.com, con l’altro nome.
La società non spiega pubblicamente perché utilizzi due marchi distinti per la stessa attività.
La tecnologia
Il funzionamento è descritto nel provvedimento AGCM n. 31390 del novembre 2024. I titolari dei diritti caricano il proprio portfolio sul software della società, che cerca pubblicazioni online tramite image matching.
Quando trova una corrispondenza, la segnala all’autore. È l’autore a decidere se conferire un mandato, compilando un modulo online (submission form). La società raccoglie poi screenshot datati, URL e dati del server come prova.
Il fotografo è davvero il cliente?
Secondo la ricostruzione dell’AGCM, sì: il processo parte dal fotografo o dall’agenzia che si iscrive e carica le immagini. Non ci sono evidenze documentate di contatti “a freddo” con fotografi dopo aver scoperto un utilizzo non autorizzato, ma non esistono neppure dati pubblici che lo escludano.
Tra i mandanti non ci sono solo singoli autori. Uno studio legale tedesco documenta richieste inviate per conto di un’agenzia stock, con una pretesa di 900 euro di risarcimento o 1.070 euro di licenza retroattiva per una sola foto.
Il problema, sollevato da più avvocati, è un altro: il software segnala, ma non verifica se chi usa l’immagine abbia una licenza. L’onere della prova viene scaricato sul destinatario.
Quanti clienti
Il sito dichiara oltre 50.000 clienti, attività in più di 120 Paesi e oltre un milione di casi “gestiti, licenziati o risolti”. Sono numeri autodichiarati, identici sui due siti e non verificabili in modo indipendente. Non distinguono, soprattutto, tra casi pagati, chiusi perché il destinatario aveva la licenza e casi semplicemente archiviati.
L’AGCM e gli impegni
Nel 2023 l’Antitrust italiana aveva avviato un procedimento per pratiche commerciali scorrette contro Copytrack GmbH. Tra le criticità: e-mail standard in inglese anche verso consumatori italiani, richiami intimidatori alla rilevanza penale, informazioni insufficienti sul mandato e silenzio sulle eccezioni previste dalla legge (citazione, critica, parodia).
Il procedimento si è chiuso il 26 novembre 2024 senza accertare infrazioni, ma con impegni vincolanti. Tra questi, la rinuncia ai casi che riguardano pagine senza finalità commerciale di privati e microimprese, e una prima comunicazione in italiano di sola richiesta di informazioni, con 15 giorni per rispondere.
Gli impegni vincolano la persona giuridica, che è la stessa anche dopo il cambio di nome. Chi ricevesse direttamente una richiesta di denaro in inglese può tenerne conto.
Success rate: il dato che manca
Nessuna di queste società pubblica un tasso di pagamento verificabile. Le informazioni disponibili sono aneddotiche: diversi avvocati tedeschi riferiscono che, in molti casi, chi ignora la lettera non riceve ulteriori iniziative. Altri casi passano invece a studi legali locali, con costi più alti.
L’economia del modello è comunque chiara. Su migliaia di lettere automatiche, basta che una quota limitata di destinatari paghi per rendere il sistema redditizio. Il volume è la vera leva del business.
Cosa si rischia a non pagare
Il rischio non è zero. Se la violazione è reale, il diritto al risarcimento sopravvive alla cancellazione della foto e si prescrive in cinque anni. L’art. 158 della legge sul diritto d’autore consente di liquidare il danno almeno sulla base del prezzo della licenza che sarebbe stata dovuta.
Per crediti fino a 5.000 euro esiste anche il procedimento europeo per le controversie di modesta entità, utilizzabile da un creditore di un altro Paese UE senza obbligo di avvocato.
D’altra parte, il risarcimento deve essere provato e quantificato. Per le “semplici fotografie” la legge italiana (art. 90) esclude l’abusività della riproduzione se l’originale non riportava nome del fotografo e data, salvo malafede. E una causa per poche centinaia di euro raramente conviene a chi la promuove. Le cifre richieste, spesso, sono superiori a quelle che un giudice riconoscerebbe.
Arrivato il messaggio: che fare
Primo: verificare l’autenticità. Le comunicazioni ufficiali arrivano via e-mail o lettera con un numero di pratica verificabile sul portale della società. Un messaggio via social non ha valore formale, e non bisogna mai pagare tramite link ricevuti in chat.
Secondo: controllare le proprie licenze. Cronologia dei download, fatture, abbonamenti a banche immagini. Se la licenza c’è, basta inviarla.
Terzo: documentare e rimuovere. Salvare screenshot della pagina, poi togliere l’immagine. La rimozione non chiude la pretesa, ma ferma la violazione e limita il danno.
Quarto: rispondere per iscritto, senza ammettere nulla, chiedendo copia del mandato, prova della titolarità dei diritti, pubblicazione originale con i dati dell’autore e criteri di calcolo della somma. Non firmare né pagare prima di averli ricevuti.
Quinto: se la documentazione è solida e il sito è professionale, trattare. Le somme sono spesso negoziabili. Per importi rilevanti, un avvocato.
Non rispondere affatto è una scelta possibile, ma è una scommessa: funziona spesso, non sempre.
Prevenire costa meno
Per una testata o un sito aziendale la regola è una sola: ogni immagine deve avere una fonte documentata. Licenze archiviate con la data, immagini proprie, fonti con licenze chiare come Creative Commons rispettandone le condizioni. Le immagini generate con l’IA sono un’alternativa, ma con cautela su volti reali e marchi.
Il paradosso è evidente. Mentre il valore della singola fotografia di stock crolla e il più grande archivio del mondo si ristruttura, il business più solido della filiera sembra essere il recupero dei diritti sulle immagini già pubblicate. Non si vende più la foto: si incassa l’errore di chi l’ha usata. Per i fotografi è una tutela legittima, per editori e aziende un costo evitabile, a patto di sapere da dove arriva ogni immagine pubblicata. (M.H.B. per NL)
