1970. Messico e Nuvole, Jannacci canta il sottofondo ad un indimenticabile 4-3

Messico, estate 1970. Due storie italiane si intrecciano sotto lo stesso cielo lontano: una nazionale di calcio che scala il mondo e un cantautore che a quelle nuvole messicane dedica una canzone destinata a non invecchiare mai. Enzo Jannacci (1935-2013) e gli Azzurri di Ferruccio Valcareggi (1919-2005) vivono, inconsapevolmente, la stessa estate. Cinquantasei anni dopo, nel 2026, i Mondiali tornano in Messico: e quella stagione irripetibile torna a parlarci.

Chi era Jannacci

Enzo Jannacci (1935-2013) fu cantautore, cabarettista e medico chirurgo, milanese di nascita e di anima, allievo di Giorgio Strehler (1921-1997) e compagno di palcoscenico di Dario Fo (1926-2016). La sua arte univa il grottesco al lirico, il dialetto meneghino alla poesia assoluta, in un percorso unico nel panorama della canzone italiana del dopoguerra.

Una X spagnola e un divorzio impossibile

Quando il singolo uscì nell’aprile del 1970, sulla copertina il paese era scritto con la grafia originale spagnola: Mexico, con la x, non ancora italianizzato in Messico. Un dettaglio non casuale: prima della legge sul divorzio del 1970, molti italiani si recavano in Messico appositamente per sciogliere il matrimonio, pratica che nell’immaginario collettivo aveva reso quel paese lontanissimo, eppure stranamente familiare. Il brano coglie esattamente questa ambivalenza: il Messico come luogo dell’altrove, della fuga, del desiderio.

La prima volta in televisione, con Arbore

Quello stesso anno, Jannacci (1935-2013) presentò il brano in televisione nel contesto del primo programma condotto da Renzo Arbore (1937), Speciale per voi. Una coincidenza che vale da sola un pezzo di storia della cultura popolare italiana: la canzone del Messico che debutta in tv nell’estate in cui l’Italia gioca i Mondiali proprio in Messico. Jannacci (1935-2013) non stava commentando il calcio; eppure la canzone fu percepita, nell’inconscio collettivo, come la colonna sonora di quell’estate.

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Il Mondiale del 1970

I Campionati del Mondo di calcio del 1970 si disputarono in Messico tra maggio e giugno, con l’Italia di Valcareggi (1919-2005) che superò la fase a gironi in modo attendista — a tratti irritante per i tifosi — prima di esplodere nei turni a eliminazione diretta. La squadra era costruita su una difesa granitica e su un attacco capace, nei momenti che contano, di folate improvvise.

La partita del secolo

Il 17 giugno 1970, all’Estadio Azteca di Città del Messico, si disputò quella che sarebbe passata alla storia come “la partita del secolo”: ItaliaGermania Ovest 4-3 ai tempi supplementari. L’Italia sembrava aver vinto quando, all’ultimo minuto del secondo tempo, il difensore tedesco Karl-Heinz Schnellinger (1939) pareggiò. Nei supplementari si alternarono cinque gol in meno di venticinque minuti, prima che Gianni Rivera (1943) firmasse il definitivo 4-3 a pochissimi minuti dalla fine. Una partita che gli italiani di una certa età non hanno mai smesso di raccontare.

Gli azzurri sul campo

Gigi Riva (1944-2024), il bomber sardo della Cagliari campione d’Italia, fu il trascinatore offensivo con tre reti nel torneo; Giacinto Facchetti (1942-2006), capitano e terzino dell’Inter, era il simbolo di una difesa insuperabile. Il dibattito sulla coppia Mazzola (1942)–Rivera (1943) — i due fantasisti che il tecnico alternava invece di schierare insieme — avvelenò i mesi successivi e non si è mai davvero chiuso.

La finale e il Brasile di Pelé

La finale del 21 giugno 1970, ancora all’Estadio Azteca, vide l’Italia sconfitta dal Brasile di Pelé (1940-2022) per 4-1. Quella squadra brasiliana è considerata ancora oggi la più forte mai scesa in campo. La medaglia d’argento non cancellò l’orgoglio di un’estate che aveva tenuto l’Italia incollata ai televisori in bianco e nero.

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Il 2026 e la storia che ritorna

Nel 2026, i Mondiali di calcio tornano in Messico, in un torneo allargato a quarantotto nazionali e condiviso con gli Stati Uniti e il Canada. Quella stagione del 1970 — le nuvole di Jannacci (1935-2013), i gol di Riva (1944-2024), il cielo dell’Estadio Azteca — non è solo un ricordo: è il contrappunto di ciò che sta per accadere. Il Messico torna, e con lui torna anche un po’ di quell’Italia. (M.H.B. per NL)